Sembianze di Voci e di Silenzi
Forse la cifra stilistica di queste fotografie di Luca Forno è determinata dalla tendenza a contaminare la realtà delle cose attraverso un uso drammatico del bianco e nero che - mai come nel caso del Nostro - simula alterità, spalanca abissi su spazi contigui ma estranei, a volte e non di rado perturbanti… Siamo in prossimità della luccicanza, del realismo magico, ed è con non poco turbamento che ci aggiriamo fra questi volti e questi paesaggi non-sembianti che non sono ciò che sembrano. Dubitiamo della nostra percezione visiva e ciò basta a farci abbandonare tout-court la strada maestra delle nostre certezze, a farci oltrepassare (con apprensione? con curiosità?) la soglia del nostro mondo conosciuto, la sottile linea d'ombra che separa la realtà del mondo fisico dal nostro non meno reale immaginario… Tra quello che sappiamo essere rappresentato e quello che invece i sensi ingannati registrano, si crea così un corto circuito che ci fa deragliare dai binari prestabiliti e sprofondare al di là dello specchio. E non ci può salvare la rassicurante immagine di un fanciullesco sorriso perché accanto troviamo una vanitas, che civettuola si schernisce da dietro un velo pur senza nasconderci le sue orbite ed i suoi denti di teschio. Forse queste istantanee sono l'improbabile fotografia 'esatta' di un archetipo culturale - potremmo dire: il memento mori? - la cui riconoscibilità iconografica è talmente radicata nella nostra storia da essere universalmente ed immediatamente fruita. Voci e Silenzi delle nostre inquietudini dunque, che - a dispetto della molteplicità fisiognomica dei ritratti 'vocianti' (per un quasi catalogo etnografico) non diversamente dalla varietà geografica dei paesaggi 'silenti' - ricostruiscono, nella caotica enumerazione delle immagini, un  unicum di umano e naturale disfacimento. Forse un inno, una ballata della fine, una patetica sinfonia di un mondo che accanto alle ferite ed alle crudezze della decomposizione conserva intatte tracce, ancora superbe e splendenti, di una mitica Età dell'Oro. O forse, queste fotografie, a ben vedere, a ben dire…
Marco Riolfo, 2011


Tra Realismo ed Astrazione
Non è facile scrivere di fotografia contemporanea. Le immagini fanno parte di un mondo che troppo ci coinvolge per essere oggetto di una disamina serena. La reazione emotiva è in agguato, la soggettività prorompe, e si rischia di parlare di sé, più che delle fotografie. Per difendermi dal rischio, propongo un compromesso: nelle poche righe che mi sono concesse provo a evocare, sì, cò che è affiorato nella mia mente di fronte a queste immagini; ma rimanendo nello stretto ambito fotografico. Spontaneamente, lo confesso, dopo aver sfogliato poche pagine (per la precisione, dopo aver azionato alcune volte il mouse) - chiedo scusa in anticipo per la mia deformazione scolastica-, la memoria visiva mi ha portata a Edward Weston. Ho continuato e, forse suggestionata dalla strada imboccata, ho pensato a Dorothea Lange. Scusate se è poco: potrei fare altri nomi, ma mi pare che questi siano sufficienti; e che Luca non potrà aversene a male. Weston oscillava consapevolmente tra due orientamenti, l'astrazione e il realismo, e riusciva miracolosamente, spesso, a farli combaciare. Portava la realtà alle estreme conseguenze, fino a perderne l'oggetto, sfiorando il virtuosismo. Cercava la perfezione tecnica considerandola l'unico veicolo possibile per ogni valore, emotivo o conoscitivo. La ricerca visiva di Luca Forno non arriva a questi equilibrismi, si mantiene spesso più ancorata al vero, ma non è del tutto estranea a quell'esperienza, in qualche misura l'ha respirata e introiettata. Lange non proponeva dei ritratti, ma delle immagini di persone, di cui sapeva restituire il dramma umano senza enfasi, con rispetto, solidarietà, discrezione, a volte perfino grazia. Eppure i suoi volti sono folgoranti, e hanno segnato profondamente la nostra percezione, non solo visiva, della realtà. Ecco, mi pare che questa grande lezione - oggi purtroppo spesso dimenticata da tanta fotografia - Luca Forno l'abbia appresa davvero, in profondità.        
Elisabetta Papone, 2010   

L'ignoto inatteso
Se la fotografia è una sfida continua alle leggi della bidimensionalità, questi brani visivi hanno  qualcosa di più. Tutta la fotografia "porta il suo referente con sé" (Roland Barthes) e quando è grande, coglie il significante fotografico. La cattiva fotografia marcisce di banalità splendenti e permea l'oggetto della sua attenzione nella celebrazione del mondano. Qui il segno forte delle immagini diventa l'incipit di una storia vera, che conduce sguardo e coscienza ad un dilemma  necessario:  fare i conti con un "altrove",  così lontano, così vicino.  La sintesi e la grammatica precisa e raffinata della mancanza del colore, è un insieme di regole ed eccezioni che Luca Forno conosce bene, declinate  senza incertezze, con l'esperienza che sola può far decidere "dove mettersi e quando scattare" vera sapienza fotografica. Ogni fotografia è un lemma di una lingua universale. Un  racconto fluido, svestito di qualsiasi retorica,  mediato da occhi profondi,  arriva direttamente al centro emozionale di chi guarda. Suggestioni e stupore di un mondo che appare fuori della storia, dove tutto sembra sospeso senza dimensione e senza tempo, intriso di un'aura di estatica sacralità, latore di una percezione  di appartenenza, di empatia,  genius loci  che si "respira",  diventa la coscienza del luogo e sussurra storie senza storia, in una spirale in cui ognuno viene avvolto. Allora le emozioni affiorano in superficie, e nella inquadratura, come "esclusione del resto " , trovano il loro approdo.  La bellezza, qui raccolta intorno a un fulcro silenzioso, dialoga con i nostri sensi, con il linguaggio della  realtà, nella perfezione tecnica, e della verità, nella visione stilistica.
Lucy Franco,2011
Luca Forno - Il fotografo delle voci e del silenzio
La solitudine (più che dei numeri primi degli eterni ritorni) nel silenzioso dialogo tra gli spazi. Nei tempi che dei volti (precisi o meno precisamente detti) intuiscono perfino i dettagli - riconoscibili - del proprio futuro, presente e passato. Perché le immensità del cuore smentiscono spesso i loro limiti a favore di visioni; appunto isolate ma non solitarie: uniche  loro identità perché devono far sempre, alla fine, i conti con la loro grandezza. Immagini devastanti, non solo perché interrogano l'infinità degli spazi solcati dall'uomo (il deserto, il cielo, il volto del prossimo nella sua necessità di accoglienza, alla Lévinas) ma anche, soprattutto, quelli dell'anima ossia gli unici che rimarranno dopo il cadere del corpo; quando perdurerà solo il ricordo dei sorrisi, degli sguardi, degli sfioramenti del mondo. In merito a quanto detto infatti - e a maggior ragione - le foto di Luca Forno - a nostro avviso, e senza il più classico dei probabilmente, uno dei maggiori fotografi italiani - sono eternamente evocative: infrangono la riconoscibilità del tempo ma nel con-tempo (mi si perdonerà qui l'inevitabile heideggeriano gioco di parole) sono accurate, dettagliate, particolareggiate fino a creare un'altra realtà rispetto a quella che mostrano. Del resto, questo è l'obiettivo - si dirà facilmente - di chi fa il fotografo, ma quanta autentica differenza c'è tra chi fa e chi è fotografo? Quella appunto di ricostruire un mondo dopo averne sintetizzato un altro: quello visionariamente visto, ossia, per l'appunto, quello che supera infinitamente ciò che nell'ordinarietà delle cose vediamo o crediamo di vedere come 'nostro' mondo. E questo non è sempre scontato, si badi. Almeno non nel caso di Luca Forno. I suoi "silenzi" infatti - una delle serie più conosciute e ri-conoscibili insieme ai "ritratti" - ci 'parlano'. Non solo dei luoghi che descrivono, certamente, ma anche di ciò che mai ci immagineremmo di trovare, che mai ci aspetteremmo di vedere: segni che appaiono man mano, voci che si affacciano all'identità della nostra coscienza e che scrutando dentro l'abisso che vi si trova (perché, come disse Nietzsche in Al di là del bene e del male, "se guarderai a lungo nell'abisso, anche l'abisso guarderà dentro di te") ci rivelano quel che non sappiamo guardare nel nostro Io. Quel che abbiamo dimenticato, ciò che va 'rammemorato' - per chiamare ancora in causa Heidegger - cioè cogliere (ri-conoscere) il 'detto' che non ha bisogno di esser pronunziato - se non in una determinata rivelazione - la fisionomia che in uno sguardo dona la forma, l'idea che si fa carne e colore in un'istantanea pur restando, rigorosamente, in bianco e nero. Gli scatti (nel tempo, nello spazio) di Luca Forno, infatti, proprio di questo ci parlano: della luce che non sa inseguire l'ombra, delle frecce che indicano il cielo, del grano e della terra che  si infrangono e scontrano sotto lo sguardo di un solo albero intento a contare le linee dei suoi anni, della terra inaridita sedimentata in rivoli infiniti o ancora del vento che insegue infinitamente la sabbia o del calore il suo vapore; talvolta con spazi di denuncia, come nel caso delle ciminiere che avvelenano il nostro poi. In questo senso anche i suoi 'ritratti' - nella rilevanza dei dettagli, nella loro ricercata fisiognomica che, anche qui, trasfigurano identità e personalità di quel che vediamo - non solo raccontano storie molto distanti tra loro, ma soprattutto ci dicono di sentimenti e sensazioni che forse, troppo spesso - nella dinamicità temporale del nostro fare - sentiamo da noi ormai troppo lontane. E anche qui, del resto, i 'racconti' si moltiplicano in nuove visioni: la rabbia accesa ma trattenuta di uno sguardo che da solo conquisterebbe il mondo, la pacatezza e semplicità di un altro che invece lo lascerebbe conquistare, lo strazio di un bimbo in pieno sole o il sorriso velato di chi ha visto troppe promesse non mantenute, la curiosità fanciullesca dietro a dei bianchi capelli o l'occhio austero di un bramino stanco, di un fiore con gli occhi neri (di una perla con sorriso) o dell'oscurità resa volto e sguardo interrogante. Questi sono i ritratti che 'dicono' e i silenzi che 'parlano' di Luca Forno; questi sono i tratti del mondo decostruito prima e trasfigurato dopo che ci renderanno sempre e per sempre -per dirla ancora con le parole di Nietzsche - "innamorati della nostra stanchezza della terra!". A ben vedere. A ben dire. Ringraziando Luca.
Gianni Vattimo e Glauco Tiengo, 2011



Invito
Un viaggio. Il viaggio per immagini. Chi ci invita è un fotografo vero, un uomo che attraverso il suo obiettivo vuole certo raccontarci quel mondo ma, soprattutto, dirci che cosa lo ha colpito, che cosa ha provato, e quali tracce possono portarci molto più lontano. La sua non è una fotografia documentaria, pur se rigorosamente attenta alla realtà, e neppure una fotografia d'arte, sebbene essenzialmente creativa e personale. Nè reportage nè opera da galleria. Di fatto siamo di fronte a un linguaggio dal sangue misto, che vanta un padre di nobile e sicura autorevolezza nel racconto per immagini, genere di raffinata originalità, e una madre di origini più passionali dotata di grande energia evocativa, la fotografia di documentazione sociale. E lui, come tutti i figli di questo mondo, ha preso da entrambi ma va per la sua strada, mostrando un carattere forte, autonomo, tutto suo. In altre parole, Luca Forno ci propone un itinerario per immagini che scrupolosamente insegue la realtà nel concreto della polvere, del freddo e della fatica, del rumore e del fango, però ci accompagna con l'eleganza professionale di uno sguardo che sa cogliere anche nella durezza lo stimolo estetico. Talvolta diventa armonia grafica, talaltra sintesi del dettaglio, sempre una vera e propria dichiarazione di coinvolgimento, una mano tesa con straordinaria forza verso l'essere umano dall'altra parte dell'obiettivo. Ma non solo, perché proprio l'intensità di certe immagini ci induce a tornare indietro e a ricominciare da capo, scoprendo così che la nozione qui si allarga dall'uomo alle scene di vita e di lavoro, all'ambiente che contiene e suggerisce lo scenario, agli oggetti e alla neve, ma soprattutto al Silenzio ed alle Voci che vengono posti, con raffinata regia, in sottofondo, nel ruolo di voce narrante. Se fosse musica, le tematiche qui proposte avrebbero il ruolo degli a solo dei diversi strumenti in una sinfonia. Se fosse mosaico, ogni immagine rappresenterebbe una tessera autonoma e insieme corale nella totalità dell'affresco. La scelta del bianco e nero è un altro tratto basilare.  Luca Forno non l'ha compiuta però solo per la sua valenza poetica rispetto a quella prosaica del colore, quanto piuttosto perché, come si diceva, il suo intento è di trasmettere i fatti insieme al chiaroscuro delle sensazioni che gli hanno suscitato, collocandosi al di fuori del soggetto inquadrato per documentarlo, ma al tempo stesso con l'onestà intellettuale di riconoscersi coinvolto, umanamente coinvolto, e dunque dichiarando la propria empatia. Tra rigore professionale e partecipazione personale l'unico possibile filo narrativo su cui camminare era proprio il bianco e nero, staccato da terra eppure totalmente ligio alla legge di gravità. Giunti a questo punto, le strade divergono: l'autore ci ha accompagnati lungo un viaggio, con le sue immagini ci ha detto ciò che per lui era importante dire, ha usato un linguaggio che tutti potevamo capire, ci ha indicato le strade e descritto la trama: adesso sta a noi. A ognuno di noi. Dipende dalla cultura del singolo e da quali filoni la compongono, dalla sensibilità personale e dalla capacità razionale, dalle esperienze e dagli interessi, persino dal momento e dallo stato d'animo, perché siamo esseri umani e la relatività è la nostra dimensione. Però, forse, un secondo invito può essere accettato da tutti noi, quale che sia il bagaglio di ego che ci portiamo dietro: cerchiamo di affrontare questo viaggio disposti e pronti alla fatica di passare dal guardare al vedere. Ne vale la pena.
Pierpaolo Preti, 2009

Ancora una volta ...
Ancora una volta, e sempre con sorprendente lucidità e meraviglia, le fotografie in biancoenero di Luca Forno ci mostrano un angolo di realtà, declinata  - dal bianco al nero... - nelle sue più varie e sfumate manifestazioni: sociale, imprenditoriale, morale, paesaggistica e quant'altro... Siamo in Indonesia, questa volta, ed i sapienti e minuziosi fotogrammi di Forno ci danno puntuale rappresentazione del lungo viaggio che le specialissime imbarcazioni volute dalla Coeclerici hanno intrapreso dai cantieri cinesi di Nantong per giungere infine a Kalimantan , luogo da cui ha effettivamente inizio la loro operatività lavorativa. Sono la Bulk Java e la Bulk Borneo, questi i nomi magicamente evocativi di salgariane avventure posti a prua e poppa dei giganti che solcano il mare con orientale consapevolezza del proprio incedere...,  navi che, in realtà, sono una sorta di 'isola galleggiante' adibita al trasbordo del carbone proveniente dalle vicine miniere del continente. Un'isola che ora si trova in quel preciso punto dato dall'incrocio di latitudine e longitudine, non per casualità naturale (vuoi perché il prodotto di una eruzione vulcanica sottomarina, vuoi perché piccolo lembo di terra staccatosi dal continente...) ma per la altrettanto precisa volontà umana data dall'incrocio di intenzionalità manageriale italiana e know-how tecnologico orientale. Ecco allora come il nostro fotografo si pone prudente (nell'accezione più etimologicamente vera e doppia del termine: come colui che 'prevede' e 'provvede'...) in scia al 'drago' che naviga per meglio carpirne i movimenti, i rumori, gli slanci e la quiete, insomma la sua essenza, poi 'riflessa' dalle lenti ottiche della macchina fotografica ed a noi offerta per una riflessione attualissima sull'umano agire agli inizi del Terzo Millennio. Gli scatti, mai come questa volta scevri da ogni compiacimento pedantemente artistico, non scadono mai - tuttavia - nella trappola inversa di fredda e rituale cronaca documentaria: entrambi gli atteggiamenti (peraltro pur nobili...), vengono efficacemente superati e (s)volti da Forno in una sintesi iconografica che nulla lascia alla immaginazione dello spettatore salvo la sua capacità di riappropriarsene quando questa eccede o difetta (questione di sensibilita', iso...) ai bordi del 'bianco' o sul confine del 'nero'...  Dunque il percorso che porta le possenti navi a fissare gli ormeggi al largo delle coste indonesiane e, così facendo, a mimetizzarsi nell'arcipelago già regno di Sandokan, e' topograficamente evidenziato dal Nostro passo passo, con rilievi fotografici che vanno a comporre, poco alla volta, una esatta cartina della nuova 'isola', brulicante non di turisti e vacanzieri ma di poche e tecniche silhouettes che danno il ritmo a fantasmagorie di linee e polveri...  Il risultato, ancora una volta, conferma Luca Forno come uno degli interpreti più brillanti del bi-colore, degno cantore odierno di avventure (non solo imprenditoriali) che non sarebbero dispiaciute al grande Emilio Salgari...
Marco Riolfo, 2012

Una difficile sfida    
E' la sfida più difficile quella affrontata da Luca Forno per la realizzazione di questo nuovo libro di fotografie che documenta il lavoro della Coeclerici in Indonesia; il terzo, dopo La Miniera (2009), dedicato al giacimento siberiano di Korchacol, e Bulk Zambesi (2011), che documenta la costruzione dell'omonima nave nel cantiere cinese di Nantong destinata al trasporto oceanico di carbone dal Mozambico. Il materiale disponibile per realizzare le due ultime pubblicazioni, infatti, era piuttosto vario e diversificato e si offriva all'occhio esperto e alla sapienza tecnica del fotografo dandogli l'opportunità di produrre un lavoro interessante e articolato: nel libro sulla miniera russa le espressive foto di lavoratori si alternano agli scarni paesaggi del territorio siberiano, ai dettagli pregnanti di una vita di dura fatica; nel volume sulla Bulk Zambesi le diverse fasi di fabbricazione della nave mostrano un ventaglio differenziato di situazioni tale da poter essere suggestivamente paragonato alla mitica figura cinese del drago.  Al contrario, i soggetti a disposizione del fotografo per la realizzazione del nuovo libro Batubara erano piuttosto limitati e indubbiamente più ripetitivi: due navi gemelle, Bulk Java e Bulk Borneo, impegnate in Indonesia nel sistema di movimentazione del carbone (che in nella lingua locale si dice, appunto, batubara).  Nondimeno anche da questa nuova esperienza, pur meno agevolato dal contesto in cui si è trovato ad operare, Luca Forno ha saputo ricavare un lavoro interessante e significativo mostrando come di consueto un'indiscutibile capacità professionale. Anche in questo caso, come abbiamo avuto modo di rilevare nel testo scritto per il libro precedente, emerge con evidenza la capacità di Forno di fornire nuove interpretazioni della realtà, restituendone, attraverso un'attenta e originale traduzione in segni, aspetti inediti e inattesi. La presentazione delle fotografie segue una sorta di diagramma di flusso ideato dallo stesso Forno per meglio raccontare il lavoro delle due navi, dall'attesa prima della partenza con i preparativi in Banchina, al tempo della Navigazione, in cui si succedono la luce del giorno e il buio della notte, fino alla descrizione del lavoro vero e proprio svolto dalle navi, il Carico.Vediamo così gli operai impegnati nello svolgimento delle proprie mansioni, scorgiamo molteplici punti di vista dell'ambiente in cui essi agiscono e, accanto a questi sguardi più documentari, cogliamo una serie di dettagli trasformati in segni che forniscono un'inconsueta interpretazione degli oggetti: gru e tramogge, ancore e catene, cavi e corde, numeri e lettere (persino il logo della Coeclerici stampato sulle tute degli operai), ombre proiettate dai diversi elementi della nave, tracciano un'astratta rilettura della realtà. Entra in gioco anche il carbone, che è poi il vero, sottile protagonista del libro, onnipresente anche quando non è concretamente visibile: esso si trasfigura, infatti, nel pigmento di un ipotetico quadro informale - tra Burri e Hartung, per intenderci - depositandosi sulla coperta della nave (Polvere Nera) o formando grandi scie lasciate dalla pulitrice passata sulla coperta (Tracce Bianche). Ricordava giustamente Marco Riolfo, nel libro dedicato alla miniera di Korchacol, che la fotografia di Forno è "memore praticante della lezione di Dorothea Lange per cui la macchina fotografica è uno strumento che insegna alle persone come vedere senza la macchina. Gli affondi di Forno nella realtà imprenditoriale italiana esportata in paesi lontani hanno anche il carattere di viaggi di scoperta; itinerari visivi che si segnalano per il non comune pregio di soddisfare la famosa affermazione di Marcel Proust secondo la quale il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi.
Leo Lecci, 2012

Photos, of course…
Of course, Luca Forno è fotografo di Persone e Cose. E l'apodittica quanto veritiera perentorietà di tale assunto è testimoniata in bella evidenza dalle fotografie di questo reportage: Nero su Bianco, sic et simpliciter… La felice intuizione di affidare al Nostro la realizzazione di molte di queste fotografie è solo superata, in positivo, dagli esiti fastosamente inusitati di un pittorico (in senso stretto) quanto pittoresco (in senso lato) bianco e nero. Un 'black and white' peraltro pirotecnico all'incontrario laddove, nella sua rappresentazione policroma duale, fa implodere il significato dell'immagine in una straordinaria mescolanza dell'uno nell'altro… Ecco perché questi  'infiniti istanti' (direbbe Geoff Dyer) che sono le fotografie di Luca Forno, non sono (direbbe Giuseppe Pinna) "mezzi di verità, ma effetti di verità, verosimiglianze" giacché - per dirla con l'ineffabile Karl Kraus - vale per la fotografia quel che diceva per l'aforisma: "non coincide mai con la verità, o è una mezza verità o è una verità e mezzo". Qui, allora, il nocciolo della questione che Forno - in queste foto - consapevolmente pone e - con queste foto - a suo modo risolve, e cioè: la Consapevolezza che il Fotografo manifesta è duplice, la Soluzione che l'Autore tenta è molteplice. Duplice consapevolezza, dunque: dei propri mezzi, e l'interezza di questo portfolio - nel sapiente uso della dicotomia cromatica chiaroscurale - ce ne dice largamente, vedere per credere… ma certo pure (consapevolezza) del proprio mezzo laddove, scatto dopo scatto, Forno ripercorre con sottile eleganza di riferimenti e con procedimento, si direbbe, à rebours la Storia della Fotografia in Bianco e Nero, passando - tra gli altri - da Mario Giacomelli a André Kertész per giungere fino a Walker Evans, infine memore praticante della lezione di Dorothea Lange per cui "la macchina fotografica è uno strumento che insegna alle persone come vedere senza la macchina". Allora, l'approssimazione interpretativa di queste immagini avviene sempre per difetto, mai per eccesso: i soggetti fotografati (persone e cose) dicono molto, le fotografie di Forno (Persone e Cose) intuiscono di più… Insomma Luca Forno ci offre una sineddoche visiva in cui il passaggio dal particolare al tutto e/o viceversa viene continuamente evocato e stimolato dal talento dell'Autore.
Marco Riolfo, 2009

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Realismo vs Astrazione. Le fotografie di Luca Forno per Coeclerici
                                          Il vero viaggio di scoperta non consiste nel   
                                          cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi
                                         Marcel Proust
Le fotografie che questa mostra presenta sono un'accurata selezione tratta dagli ampi reportage realizzati da Luca Forno per Coeclerici tra il 2008 e il 2012, affondi in una realtà imprenditoriale italiana esportata in paesi lontani che hanno dato vita a tre libri fotografici: The mine (2009), dedicato al giacimento di carbone di Korchacol, in Siberia; Bulk Zambesi (2011), che documenta la costruzione, nel cantiere cinese di Nantong, dell'omonima nave, destinata  ad attività di transhipping in Mozambico; Batubara (2012), che racconta il lavoro delle due unità gemelle, Bulk Java e Bulk Borneo, impegnate in Indonesia nel sistema di movimentazione del carbone (che in indonesiano si dice, appunto, batubara).Queste fotografie nascono quindi da un'esigenza documentaria, dalla volontà di una grande e storica impresa italiana (fondata a Genova nel 1895) ed articolata a livello internazionale, di documentare il proprio lavoro, l'innovazione tecnologica che guida le proprie scelte industriali, la capacità produttive ed, in sostanza, il proprio successo imprenditoriale.Luca Forno, infatti, ci accompagna in un viaggio, per immagini, in questi luoghi remoti: tra la neve sporcata dalla polvere di carbone nella miniera di Korchacol con fotografie che sembrano farci immaginare la fatica e il freddo che in quella zona si provano; nei cantieri navali di Nantong, durante la costruzione della moderna e gigantesca Bulk Zambesi, dove le diverse fasi di fabbricazione mostrano un ventaglio di situazioni tale da indurre, nel relativo libro, a proporre un paragone tra la nave e il Drago, una delle figure mitiche più importanti e diffuse in Cina, simbolo di autorità e ricchezza e comunemente associata a quella dell'Imperatore; infine, sulla Bulk Java e sulla Bulk Borneo, permettendoci di seguire i preparativi prima della partenza in banchina, il tempo della navigazione, in cui si alternano la luce del giorno e il buio della notte, fino al vero e proprio lavoro: il trasbordo del carbone dalle chiatte alle grandi navi oceaniche. Tuttavia, se osservate singolarmente, le fotografie di Luca Forno catturano l'attenzione non tanto per il soggetto, che passa presto in secondo piano, quanto piuttosto per il gioco sapiente del contrasto bianco/nero, l'evidenza delle forme, l'incisività del segno, l'originalità delle angolature, gli spazi "contigui ma estranei, a volte e non di rado perturbanti" come li ha efficacemente definiti Marco Riolfo in occasione della recente mostra "Voci, Silenzi" - la sostenibile lentezza dello scatto" , tenutasi a Genova negli spazi espositivi dell'Auditorium del Museo di Palazzo Rosso, che presentava fotografie realizzate da Forno tra il 2002 e il 2009.Gli scatti di Forno individuano segni, forme che si configurano al nostro sguardo come una realtà altra; è, solo in un secondo momento, che queste fotografie evocano mondi e culture lontani, diversi e al tempo stesso affascinanti. D'altra parte, sempre in occasione della citata mostra genovese, Gianni Vattimo e Glauco Tiengo, hanno acutamente scritto che le sue foto "sono eternamente evocative: infrangono la riconoscibilità del tempo ma nel con-tempo sono accurate, dettagliate, particolareggiate fino a creare un'altra realtà rispetto a quella che mostrano". Nelle foto di Forno gli aspetti formali risaltano prepotentemente: strutture sinuose o regolari campeggiano nello spazio, articolati intrecci di materiali diversi si snodano in fughe precipitose, angoli spigolosi spuntano da più parti, geometriche aperture si sovrappongono allargandosi o, al contrario, restringendosi, vertiginose impalcature s'innalzano al cielo, complicati sistemi di tubature e valvole si moltiplicano in diverse direzioni.Il gioco formale, così sapientemente governato dal fotografo, coinvolge anche le scritte o le sequenze numeriche che, almeno inizialmente, perdono il loro significato comunicativo per divenire segni in mezzo ad altri segni; gru e tramogge, ancore e catene, cavi e corde, numeri e lettere (persino il logo della Coeclerici stampato sulle tute degli operai), ombre proiettate dai più diversi elementi, tracciano un'astratta rilettura della realtà.Quando i luoghi, con le loro caratteristiche ambientali, sono maggiormente riconoscibili - il cantiere della Bulk Zambesi, per esempio - il taglio attentamente studiato, il controluce accortamente utilizzato creano forme potentemente evocative, in alcuni casi metafisiche. Nelle fotografie scattate gli stessi operai, impegnati nelle diverse attività, prendono parte a questo gioco di forme e di contrasti, diventando spesso sagome in stretto dialogo con le strutture e gli spazi che li circondano. Lo sguardo di Forno è attentissimo, sempre capace di cogliere con immediata spontaneità situazioni formalmente significanti che sfuggono all'occhio comune.Così, il carbone, sottile protagonista di molte fotografie scattate da Forno per Coeclerici, spesso presente anche quando non è concretamente visibile, può trasfigurarsi nel pigmento di un ipotetico quadro informale - tra Alberto Burri e Hans Hartung per intenderci -, depositandosi sulla coperta della nave, impregnando tutto ciò che si trova a bordo o formando grandi scie lasciate dalla macchina pulitrice passata sulla coperta.Chi prima di me ha avuto modo di scrivere sull'opera di Luca Forno l'ha messa in relazione, per l'indubbio interesse dei risultati raggiunti, con quella di indiscussi maestri della fotografia del Novecento; Elisabetta Papone, ancora in occasione della già citata mostra, ha scomodato, con convincente argomentazione, il fotografo statunitense Edward Weston (1886-1958), per la capacità di far convivere nei propri scatti astrazione e realismo e Dorothea Lange (1895-1965) - altro grande protagonista americano della storia della fotografia - per l'intensità  con cui restituisce, nei ritratti, la dignità della persona. Con le sue opere Luca Forno si segnala anche quale degno erede del grande fotografo e designer costruttivista russo Aleksandr Rod?enko (1891-1956), il quale, in un libro significativamente intitolato La fotografia come arte, pubblicato nel 1934, sosteneva che "la fotografia ha tutti i diritti (e i tutti i meriti) indispensabili per essere considerata l'arte del nostro tempo". Ne è degno erede, Luca Forno, per le sperimentali soluzioni compositive proposte, ma soprattutto per una questione di poetica: il grande artista russo riteneva, infatti, che "se si vuole insegnare all'occhio umano a vedere in modo nuovo, è necessario mostrare oggetti di uso quotidiano e familiare attraverso una prospettiva del tutto inaspettata" e che "bisogna guardare il mondo con gli occhi del mattino" ad indicare che solo attraverso un punto di vista inconsueto e non convenzionale si può conoscere e capire il mondo e, in questo modo, cambiarlo.
L'utopico sogno dell'avanguardia è ancora attuale. E non possiamo che rallegrarcene.
Leo Lecci, 2013


il grande viaggio del carbone di Moatize
Il primo aspetto che ti colpisce è la grandezza. E non smetterà di sorprenderti per tutto il viaggio. Qui a Moatize, provincia di Tete, nel cuore del Mozambico riappacificato dopo una lunga e sanguinosa guerra civile, c'è uno dei più grandi bacini carboniferi al mondo. Se si lascia correre lo sguardo e si libera la fantasia, al posto di questa savana è lecito immaginare una sconfinata foresta, sprofondata in cenere qualche milione di anni fa. Doveva essere grande almeno quando la scommessa di un Paese che marcia a due velocità e che lega i suoi destini alla ricchezza di materie prime e allo sviluppo su scala industriale dell'agricoltura. Il PIL del Mozambico corre con un incremento del 7-8 per cento annuo, numeri che piacciono al Fondo Monetario Internazionale e che incamminano il Paese lungo la difficile e ancora lunga strada dello sviluppo.
Il carbone è uno dei crocevia più importanti: la sua estrazione nella modernissima miniera a cielo aperto di Moatize ha forse la stessa rilevanza del progetto nazionale sostenuto da grandi gruppi internazionali per l'incremento della produzione agricola, che rappresenta tuttora la principale risorsa economica del Paese: il piano, battezzato Pro Savana, non può prescindere dalle concessioni governative. Qui la terra, tutta la terra, anche quella scura delle miniere, è proprietà dello Stato e viene data temporaneamente in licenza ai privati. Proprio come il bacino carbonifero di Moatize, ora in concessione alla compagnia mineraria brasiliana Vale, la seconda più importante al mondo.
Si diceva, appunto, della grandezza. Le fotografie di questo volume ci aiutano a immaginare le dimensioni di questa miniera e dell'impressionante macchina logistica che le ruota intorno. Forse è anche per questo che Luca Forno fa sfilare i camion da 400 tonnellate impiegati per il trasporto del carbone accanto ad un baobab che, al confronto, non sembra più grande di un pioppo. Così come è solo un puntino quell'operaio ai comandi della "minacciosa" scavatrice che sembra essere uscita da un cartoon giapponese. Ma poiché, come in nessun altro posto al mondo, in questo luogo dell'East Africa tutto è relativo, non bisogna stupirsi se, a sua volta, questa enorme pala meccanica che spaventerebbe un elefante è resa minuscola dall'imponenza delle montagne di carbone che dovrà assaltare e di cui alla fine avrà ragione.
E così non deve più sorprendere quel serpentone di carri ferroviari che parte dalla miniera e si allunga sinuoso a perdita d'occhio nella savana: sul suo dorso snodato, come appare in una delle immagini di questo volume, il prezioso carico nero raggiungerà il porto di Beira dove troverà due gemelle ad attenderlo. Il porto di Beira è in forte espansione, anche grazie a quel serpente nero che senza sosta cerca la via del mare. Porto e città sono stati fondati dai portoghesi in tempi relativamente recenti, a fine Ottocento. La realizzazione della ferrovia verso lo Zimbawe (l'ex Rhodesia) ha fatto di Beira anche una rinomata località turistica. Ma la ferrovia ha da subito rivelato la sua utilità strategica, perchè rappresenta lo sbocco a mare per i traffici oltre che dello Zimbawe anche di Malawi e Zambia.
A Beira il serpentone si trasforma in un drago dalle dieci teste, nell'immaginario di Forno: nastri trasportatori lunghi chilometri salgono e scendono e si intrecciano come montagne russe e chissà se con quella loro velocità anche il carbone possa provare un brivido.
Ma Beira, nella nostra storia, è soprattutto l'approdo delle grandi navi gemelle della Coeclerici: la Bulk Zambesi e la Bulk Limpopo. Portano il nome dei due fiumi del Mozambico, forse proprio perchè il loro flusso tra il porto di Beira e l'area di ancoraggio offshore a 20 miglia dalla costa è inarrestabile. Le carbonifere di Coeclerici - che ha stipulato con Vale un contratto ventennale - sono due giganti da 55.000 tonnellate di portata lorda, attrezzate con cinque gru, altrettante benne, otto nastri trasportatori, un nastro caricatore semovente da 37 metri, capace di trasferire 3.000 tonnellate di carbone all'ora, cioè circa sei milioni di tonnellate l'anno. Velocità che Forno ci mostra con le suggestioni del mosso, l'unico metodo per rappresentare in fotografia un primo istante e pochi istanti successivi senza essere ancora cinema.
Altri draghi, nelle foto di Forno, attendono le due Bulk in alto mare: sono ancora velocissimi nastri trasportatori che svuotano le stive delle gemelle per riempire quelle delle loro sorelle maggiori, le navi carbonifere transoceaniche, così fuori misura da non potersi nemmeno avvicinare alle coste. Del resto, non può che finire in grandezza il viaggio di Luca Forno al seguito del carbone di Moatize.
Roberto Orlando, 2013